Mafia foggiana, viaggio all’inferno. Uno storico pentito si racconta: “L’odio tra clan non finirà mai”. E sullo Stato dice: “Mi ha tradito”

40 anni di guerre nelle parole di un collaboratore di giustizia, ex affiliato della batteria Sinesi-Francavilla. Gli inizi all’Onpi, l’amicizia con i principali boss e i legami con garganici e calabresi

Viaggio all’inferno con uno storico pentito della mafia foggiana. Collaboratore di giustizia da circa 15 anni, autore di omicidi, rapine e vittima a sua volta di agguati. A l’Immediato, l’ex mafioso si è raccontato partendo da un appello al governatore Michele Emiliano e al magistrato della DDA di Bari Francesco Giannella.

Da una località protetta, a centinaia di chilometri da Foggia, dice: “Dallo scorso febbraio sono fuoriuscito, in parte, dal programma di protezione. Continuo ad avere la tutela personale e un nome di copertura, ma lo Stato ha interrotto i sussidi mensili in quanto ritiene che posso proseguire con le mie forze, cosa che sto già facendo. Ma probabilmente a causa di un calcolo errato effettuato in passato, il Ministero mi chiede di restituire una somma intorno ai 30mila euro. Io ho sempre agito in buona fede, ma oggi vengo trattato come se avessi commesso un reato durante il programma di protezione. Se c’è stato un ingiusto addebito non è dipeso da me”.

Oggi il pentito ha una casa – che probabilmente dovrà lasciare per trovarsene una più economica – e un lavoro in un’azienda dove è capo reparto. Anche i figli lavorano onestamente. Condannato a 30 anni, dovrebbe tornare completamente libero nel 2032. Dovrebbe, perché è ancora sotto processo per altre vicende molto gravi. Scampò all’ergastolo soltanto perché decise di collaborare con la giustizia. Alla Magistratura, che spesso ha evidenziato l’importanza dei pentiti, si rivolge affinché prenda a cuore la sua vicenda. “Si parla tanto dell’importanza dei collaboratori di giustizia e poi veniamo trattati così?”, si chiede.

Il Comune di Foggia, “uno sfascio annunciato”

Nella lunga intervista rilasciata a l’Immediato, il pentito commenta i recenti avvenimenti che hanno riguardato Foggia, colpita dallo scioglimento per mafia del Comune. “In alcune mie dichiarazioni del passato avevo previsto il crollo del Comune di Foggia. Avevo fatto alcuni nomi che oggi sono nello scandalo. Uno sfascio annunciato”.

Il cartellone degli arrestati in “Day Before”, blitz antimafia del 1995; In alto, al centro, Vincenzo Parisi e Roberto Sinesi

“Scoppierà una nuova guerra”

Immancabile un commento sui clan foggiani, piegati da numerosi blitz della “Squadra Stato” negli ultimi anni. Oggi i maggiori boss sono in cella, alcuni al 41bis: “Ma presto arriveranno delle scarcerazioni e scoppierà una nuova guerra – è convinto il pentito -. Qualcuno è già fuori, altri lo saranno tra non molto. Penso ad alcuni capi dei Francavilla. I parenti di alcuni mafiosi uccisi hanno sicuramente sete di vendetta. Anche io devo temere la vendetta di familiari di gente che ho ucciso. Insomma, la paura c’è sempre. Quando mi pentii tutta la mia famiglia dovette lasciare Foggia”.

Il bar dove trovò la morte Matteo Di Candia, vittima innocente dei clan

La mano dei calabresi dietro la morte del povero Matteo Di Candia

“Io mi sono auto accusato di omicidi e di aver partecipato ad omicidi. Ho collaborato con procure di Calabria e Puglia. Per la mia batteria, sono stato il collante con la Calabria. Quando ci fu l’agguato in un bar di via Fania a Foggia (21 settembre 1999, ndr) venne un sicario calabrese per uno scambio di favori. Quel giorno doveva esserci una strage, dovevano morire sei-sette persone. C’erano anche i boss Trisciuoglio, Prencipe, Tolonese, Enzino ‘Capantica’ Pellegrino. Era in corso una riunione. Li pedinavamo da tempo. Ma i killer fallirono”. Ne fece le spese un povero anziano, Matteo Di Candia, colpito da un proiettile vagante, vittima innocente che stava festeggiando l’onomastico ai tavolini del locale.

“Avevamo a che fare con Franco Coco Trovato, boss calabrese, storico alleato di Roberto Sinesi. Io lavoravo per lui e Vincenzo Parisi, uno dei primi capiclan di Foggia, vittima di lupara bianca. Ucciso da una famiglia garganica, probabilmente per rendere un favore a Rocco Moretti, suo acerrimo nemico dell’epoca insieme a Vito Bruno Lanza“.

Gli inizi e l’amicizia con Sinesi

“Come ho iniziato? La mia famiglia è perbene – tiene a sottolineare il pentito -. Mio padre aveva avuto un problema economico e andammo a finire all’ONPI che doveva essere una sistemazione momentanea. Lì scoppiò una rissa nel 1986, ne rimasi coinvolto e mi arrestarono per una notte. All’epoca avevo un’amicizia con Luigi Coda detto “Jair”, un vecchio boss della malavita foggiana, ex lavianese. Coda intervenne per darmi una mano ed iniziammo a frequentarci. Il clan Laviano (riferimento della Sacra corona unita a Foggia, ndr) era già stato distrutto dal gruppo di Giosuè Rizzi. Dopo Coda legai con Vito Bruno Lanza, Gerardo Agnelli, Rocco Moretti. Frequentavo via Sperone, roccaforte di questi personaggi. Insomma, ebbi questa evoluzione. Avevo bisogno di soldi ed iniziai a vendere droga. Ad un certo punto mi trovai a gestire il monopolio della droga negli anni ’90. Poi, per filo logico, entrai nei Sinesi-Francavilla perché ero amico di vecchia data di Roberto Sinesi, siamo coetanei. Io frequentavo una palestra di arti marziali mentre lui faceva il pugile ed era un ragazzo normale. Non era nato subito delinquente. Andavamo a ballare insieme. Le nostre fidanzate erano amiche”.

I legami con la mala garganica

Inevitabili i collegamenti con la criminalità del Gargano, storica alleata di quella foggiana. Il suo gruppo, Sinesi-Francavilla, è da sempre legato ai montanari Li Bergolis-Miucci-Lombardone: “Conoscevo Pasquale e Ciccillo Li Bergolis, ma anche Luigi Ferro arrestato pochi giorni fa. Fui in cella con Matteo Li Bergolis (figlio di Pasquale, ndr) che fu raccomandato proprio al sottoscritto. Assicurai Ciccillo che in carcere suo nipote non avrebbe avuto problemi.

Ricordo che i fratelli Li Bergolis, Libero Frattaruolo e Pacilli vennero trasferiti in Lombardia per un processo e io feci una ‘sfoglia’, a Foggia i ‘pizzini’ li chiamiamo ‘sfoglia’, nel quale scrissi che dovevano rivolgersi ad un mio uomo che si trovava nel carcere di Monza. Insomma, c’era sempre uno scambio di favori”.

Ciccillo Li Bergolis

“L’odio non finirà mai”

Per il pentito foggiano molte delle storie raccontate negli ultimi 40 anni hanno un unico comune denominatore: la vendetta. “Vendette tramandate da famiglia a famiglia, come per la strage di San Marco in Lamis. Stesso discorso per Foggia: le morti di amici e cugini non vengono dimenticate. E credo che, se non avessi scelto di collaborare, sarebbe stato arruolato nei clan anche mio figlio, magari per vendicare qualche mio parente ammazzato.

Io mi affiliai persino ai ‘cutoliani’ della camorra, ma ho sempre avuto caratteristiche da ‘ndranghetista, mi piaceva di più. Non amavo mettermi in mostra, preferivo stare più nascosto, proprio come i calabresi. Erano le voci delle persone a portarmi alla ribalta. Negli anni ’90 avevo trecento ‘parenti’, mi erano tutti nipoti e cugini. Quando ho iniziato a collaborare non è rimasto più nessuno. Mi hanno rinnegato tutti”.

L’agguato fallito a Roberto Sinesi al rione Candelaro

Secondo il collaboratore di giustizia “la guerra non finirà mai. Ci sono troppi morti da vendicare. Pensate che i figli di Francavilla si dimenticheranno della morte del padre? E i figli dei fratelli Bruno? Già uno è vivo per miracolo (Roberto Bruno, ferito nel bar h24 nel 2016, ndr). Quei ragazzi che faranno? E il figlio di Pasquale Moretti che farà? Ci sono dei ventenni che si sono già bruciati. Lo stesso vale per Francesco Sinesi, anche lui molto giovane e già in carcere. Tutta questa gente che si fa 15-20 anni in cella come uscirà? 20 anni in carcere ti ‘inselvaggiscono’, accumuli una rabbia totale”.

Nonostante la recente problematica legata ai sussidi, il pentito non tornerebbe sulla sua decisione di tanti anni fa: “Io sto con la coscienza a posto. In quel periodo eravamo troppo cattivi e cruenti. Fermai una mattanza ed ora ho la coscienza pulita. A livello giudiziario sono stato aiutato. I magistrati sono stati sempre molto presenti. Non rinnegherò mai la scelta di aver collaborato con la giustizia, anche se dopo questo inconveniente, mi sento un po’ tradito dallo Stato“.

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