“Siamo l’ultima ruota del carro, la plebe. Con la mafia non c’entriamo niente”. La replica di Piscopia di “Foggia Più Verde”

L’operaio, con un passato difficile, teme di rimanere senza lavoro dopo 28 anni a causa della relazione di scioglimento del Comune di Foggia. “Io e i miei colleghi non possiamo pagare le colpe di altri”

“Ho avuto un passato difficile, ero un balordo e mi drogavo, ma ne sono uscito grazie ad un ricovero in comunità e da anni lavoro onestamente”. Ferdinando Piscopia, operaio foggiano, citato nella relazione di scioglimento del Comune nel capitolo dedicato alla società “Foggia Più Verde”, ha contattato l’Immediato per fare chiarezza sulla sua posizione, ma anche su quella dei colleghi. “Certe ricostruzioni sono pregiudizievoli e rischiano di farci rimanere in mezzo ad una strada”, spiega.

“Noi tutti abbiamo iniziato a lavorare il 2 marzo del 1998 con le cooperative sociali formate con i fondi della Comunità Europea. All’epoca l’azienda ‘Amica’ subappaltò a noi cooperative. Dopo 12-13 anni ci fu il fallimento di ‘Amica’ – ricorda Piscopia -, si fece la gara d’appalto e subentrò ‘Cns’, infine l’ennesima gara con l’affidamento a ‘Foggia Più Verde’. In questi anni io e i miei colleghi abbiamo sempre lavorato. Io sono un ex tossicodipendente, ho fatto tanti sbagli in passato. Dagli autoradio rubati al taccheggio nei supermercati, ma non sono mai stato legato ad ambienti mafiosi né coinvolto in blitz contro i clan. C’è il mio casellario giudiziario a confermarlo. Da giovane ho passato momenti difficili, la mia generazione è quella che più di tutte subì la tragedia dell’eroina. Ma poi ho sempre lavorato. Nel mio caso, la relazione del prefetto di Foggia parla di precedenti, ma non si scrive che sono stato assolto o che c’è stato il non luogo a procedere. Entrai in una comunità nel 1994, il mio ultimo reato commesso e passato in giudicato risale addirittura al 1993. Ho scontato la mia pena in carcere e poi ai servizi sociali. In seguito sono stato indagato tre volte, nel 2004, 2006 e 2011, due volte per droga e una per rissa. In un caso sono stato assolto, in altri due prescritto”. È articolata la replica di Piscopia, corredata da documenti giudiziari che lui stesso ha fornito alla nostra testata.

Ha anche difeso i suoi colleghi, alcuni dei quali citati come lui nella relazione: “C’è gente incensurata che ha l’unica ‘colpa’ di avere familiari vicini a certi ambienti, ma i parenti non te li scegli. Negli anni ’90 il nipote di mia moglie (“lo sgarro” Francesco Pesante, esponente della mala appartenente alla batteria Sinesi-Francavilla, ndr) era un ragazzino con il quale non ho mai avuto nulla da spartire. Ha fatto la sua vita e alcune scelte che ora sta pagando”.

Poi sui suoi colleghi: “C’è gente uscita dal carcere che non ha più commesso reati. Corvino ha scontato la sua pena, ma successivamente ha lavorato onestamente. L’anno prossimo va in pensione. Consales è stato controllato in compagnia di Cosimo Sinesi e Rodolfo Bruno solo perché erano suoi colleghi nella cooperativa ‘Centesimus Annus’, ma è pulito. Anche Diomede, Di Muro, Rendine e D’Angelo non hanno nulla a che vedere con la criminalità. Sono lavoratori onesti. Luigi Pellegrino, poi, è un bravissimo ragazzo, le colpe dei padri (il genitore è il boss Vincenzo Antonio, ndr) non possono ricadere sui figli”.

Il timore di Piscopia è soprattutto quello di perdere il lavoro per fatti di cronaca ormai lontani nel tempo: “Potrei ritrovarmi in mezzo alla strada dopo 28 anni di lavoro. Io oggi sono un tecnico di impianti di irrigazione della ‘Foggia Più Verde’, società che ha sempre pagato gli stipendi con puntualità, dimostrandosi molto professionale. Ho fatto interventi a piazza della Libertà, in villa comunale e in diverse altre zone di Foggia, ormai ho esperienza nel settore. Io e i miei colleghi siamo l’ultima ruota del carro. Non c’entriamo niente con tutte queste storie. Siamo gli ultimi della lista. Tagliamo l’erba e potiamo gli alberi. Non entriamo in fatti amministrativi, né lavoriamo in banca. Lavoriamo umilmente e costantemente, siamo la plebe. Sarebbe ben più grave se dottori e avvocati venissero fermati con pregiudicati, non noi che siamo il popolino, abitiamo in rioni popolari e abbiamo pregiudicati vicini di casa. Perché citare noi in quella relazione?”.

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