Mafia Gargano, pentito indica mandanti e killer degli omicidi. Una scia di sangue per l’odio tra Romito e Li Bergolis

Le rivelazioni del collaboratore di giustizia Danilo Della Malva scuotono il mondo della criminalità organizzata locale. Le sue parole contenute nell’ordinanza cautelare fiume “Omnia Nostra”

Una scia di sangue raccontata dal pentito Danilo Della Malva. Il viestano, da poco tempo collaboratore di giustizia, ha ricostruito alcuni degli omicidi degli ultimi anni nel Foggiano. Le sue verità sono contenute nell’ordinanza monstre “Omnia Nostra”, quasi 2mila pagina sugli arresti nel clan Romito-Lombardi-Ricucci, rivale dei montanari Li Bergolis-Miucci-Lombardone. Partirebbe proprio dall’odio tra questi due gruppi criminali il violento botta e risposta che continua a macchiare di sangue il Gargano. Della Malva, 35 anni, detto “U’ Meticcio” è partito dal suo ex boss Marco Raduano alias “Pallone” o “Woolrich” per svelare appartenenze e alleanze mafiose dal Gargano a Foggia. E per indicare presunti mandanti e killer di efferati omicidi o tentati omicidi.

“Sul conto di Raduano – riportano le carte dell’inchiesta firmate dal gip Marco Galesi – il collaboratore di giustizia, in aderenza alle risultanze d’indagine a lui ignote, già scrutinate – parla chiaramente della sua appartenenza al clan Romito-Lombardi-Ricucci e specifica che ne è entrato a far parte dopo l’omicidio di suo cognato Giampiero Vescera, avvenuto a Vieste il 2 settembre 2016″.

La conferenza stampa con Cafiero de Raho, Rossi, Gatti, Silvestris e Giannella; in alto, Mario Romito, Enzo Miucci, Marco Raduano, Danilo Della Malva, Pasquale Ricucci e Michele Lombardi

Della Malva: “Del clan facevano parte Mario Luciano Romito, Ricucci Pasquale, Notarangelo Franco, Gentile Pio Francesco, La Torre Pietro, Lombardi Matteo, Quitadamo Andrea e Quitadamo Antonio. Raduano ne è entrato a far parte più tardi con un suo gruppo. In precedenza erano contrapposti, in quanto lui stesso era vicino ai Li Bergolis. Raduano dopo l’omicidio di suo cognato, una volta uscito dal carcere, mi chiese di parlare con Scirpoli (pregiudicato mattinatese, ndr). Io feci da tramite e Scirpoli mi disse che lo avrebbe fatto parlare con Pasquale Ricucci, Francesco Gentile e Lombardi Matteo. Raduano mi raccontò di aver chiesto loro di poter entrare a far parte del clan Romito, mettendo a disposizione dei Romito il suo gruppo criminale. Marco mi disse che si era messo con i Romito per vendicare la morte di suo cognato. Da quel momento sia lui che gli altri componenti dei Romito avevano come obiettivo l’eliminazione di tutti i componenti del clan Li Bergolis“.

Mario Romito in un bar di Manfredonia la mattina del 9 agosto 2017, poco prima di recarsi a San Marco dove venne ucciso (foto da “Mappe Criminali” – TV8)

“C’erano moglie e bambini ma Raduano mi incitò a sparare”

A parere degli inquirenti, il pentito “ha reso dichiarazioni particolarmente pregnanti in merito al fattivo e determinante contributo fornito da Raduano per l’operatività del clan nella contrapposizione armata in atto finalizzata al controllo del territorio garganico. In tal senso si evidenziano le dichiarazioni auto ed etero accusatorie rilasciate da Della Malva in ordine al tentato omicidio posto in essere in danno di Girolamo Perna (rivale di Raduano a Vieste, ndr), realizzato con la collaborazione di Raduano”. Così il pentito agli inquirenti: “Dopo che Raduano è entrato a far parte dei Romito, Perna ha subito un primo agguato (26 settembre 2016) da Mario Romito che lo sparò con una carabina da lontano. Ho saputo questa cosa da Gentile Francesco Pio il quale, parlando con Notarangelo Bartolomeo (cognato del sodale Quitadamo Andrea) in occasione delle fasi in cui fu progettato ed organizzato l’omicidio di Perna stesso, gli disse di cercare di evitare di fare lo stesso errore che aveva fatto Mario Romito… Perna subì anche un altro tentato omicidio ad opera mia e di Marco Raduano (10 marzo 2017). Raduano una sera venne a casa mia e mi disse che saremmo dovuti andare sotto casa di Trotta a sparare a Perna. Ci mettemmo in una jeep e andammo dalla parte inferiore della Chiesola. Quando arrivò Perna, mi accorsi che con Perna c’era la moglie con i bambini. Marco mi incitò a sparare. Sparai senza prenderlo e dopo me ne scappai. Marco aveva una Glock 9×21 ed io avevo la 357, pistola fornita da Gentile Pio Francesco a seguito dell’entrata di Raduano Marco nel clan Romito-Lombardi-Ricucci e dell’avvio della rappresaglia contro il clan Li Bergolis…”.  Ancora Della Malva Danilo: “Avevamo (inteso il dichiarante e il di lui padre Giuseppe) una 357 a tamburo fornita da Gentile Pio subito dopo l’omicidio di Vescera Giampiero. Non ho ammazzato Perna solo perché c’erano la moglie e i figli. Dopo la mia fuga Raduano è rimasto lì ed ha continuato a sparare nonostante la presenza dei bambini e della moglie”. Perna, scampato alla morte, rimase ucciso pochissimi anni più tardi, il 26 aprile 2019. Omicidio irrisolto.

Omicidio Silvestri

“Silvestri ucciso perché vicino a Miucci”

Il pentito ha fornito dichiarazioni anche sull’uccisione di Giuseppe Silvestri “l’Apicanese”, ammazzato all’alba del 21 marzo 2017 a Monte Sant’Angelo. Per questo omicidio è stato condannato all’ergastolo Matteo Lombardi “A’ Carpnese”, tra gli arrestati di “Omnia Nostra” e uomo di vertice del clan Romito. Stando al pentito, Lombardi non fu solo quel giorno. “All’omicidio di Silvestri aveva partecipato Raduano, come egli stesso gli avrebbe svelato il giorno dopo”. Così Della Malva: “Fu ucciso da Lombardi Matteo, Marco Raduano e Ricucci Pasquale. Lo seppi da Marco Raduano quando, il giorno dopo l’omicidio, Marco venne a dormire a casa mia, ricostruendomi la dinamica. Mi raccontò che erano andati a sparare all’Apicanese raccontandomi la dinamica. Mi disse che dopo aver sparato il primo colpo scesero dalla macchina e spararono tutti e tre. In quella occasione parlammo in codice e mi indicò i complici con i loro soprannomi ‘Fic secc’ e ‘Carpinese’ che sono i soprannomi di Ricucci e Lombardi… mi dissero che Silvestri fu ucciso perché appartenente ai Li Bergolis ed era molto vicino a Miucci“.

L’agguato al basista della strage

Le ricostruzioni del pentito proseguono con il tentato omicidio del basista della strage di San Marco, Giovanni Caterino, scampato alla morte il 18 febbraio 2018. “Raduano mi disse che era stato lui con Michele Morelli e Massimo Perdonò (condannato a 12 anni per questa vicenda, ndr), Morelli era alla guida, che lui era a fianco con il fucile e dietro Massimo Perdonò. Mi disse che andarono a sbattere contro l’auto di Caterino il quale si avvide di loro e scappò. Mi disse che dovevano ammazzarlo in risposta all’omicidio di Romito Mario Luciano (vittima con altre tre persone della mattanza del 9 agosto 2017 davanti alla vecchia stazione di San Marco in Lamis, ndr)”.

Il locale dell’omicidio Trotta

Cibo, sigarette e un agriturismo per i killer di Omar Trotta

I racconti di Della Malva tornano indietro nel tempo fino al 27 luglio 2017, giorno dell’omicidio di Omar Trotta, crivellato di colpi in una bruschetteria di Vieste, in pieno giorno. Un agguato che “sarebbe stato commesso – riportano le carte di “Omnia Nostra” – su mandato di Raduano il quale avrebbe affidato al pentito compiti di assistenza logistica ai killer”. Così Della Malva: “È stato ammazzato ed io ho avuto un ruolo nella vicenda. In particolare ho dato assistenza ai killer designati per l’agguato portando loro cibo e sigarette mentre erano nascosti in attesa di agire. Raduano ed Azzarone Antony volevano che li ospitassi all’agriturismo di mia madre, ma feci presente che la cosa non era praticabile. Quindi mi chiesero di parlare con Emanuele Finaldi il quale aveva un terreno vicino a quello dell’agriturismo. I due killer designati erano Perdonò Massimo e Bonsanto Angelo (quest’ultimo soggetto già censito nell’ambito del presente procedimento penale per essere stato arrestato, dopo un periodo di latitanza, il 14 aprile 2020, presso la cava di Apricena riconducibile a Radatti Antonio, unitamente a Scirpoli Francesco e La Torre Pietro, sorpresi mentre era in corso una riunione alla presenza anche di Lombardi Michele, Renzulli Antonio e Russo Raffaele) e furono tenuti nascosti a casa di Finaldi su disposizione di Raduano. Ad intercedere con Finaldi era però stato Gentile Pio Francesco in quanto Raduano non era in buoni rapporti con Emanuele. Attesero le direttive di Marco Raduano e di Azzarone, i quali avevano stabilito che bisognava uccidere indifferentemente Trotta Omar o Quitadamo Piergiorgio (suocero di Trotta) a seconda di quale dei due fosse stato più facilmente avvicinabile. Viste le difficoltà che incontravano nel pedinare Piergiorgio decisero di ammazzare Omar. Fu coinvolto anche Troiano Gianluigi detto ‘il nanetto’. Raduano gli disse di entrare nel ristorante di Trotta, ordinare cibo da asporto e poi allontanarsi dopo aver avvisato Angelo Bonsanto che sarebbe dovuto entrare a sparare“.

Il pentito ricorda che “agli esecutori dell’omicidio, che furono effettivamente Bonsanto e Perdonò, furono mostrate le foto di Omar in quanto non lo conoscevano personalmente… Raduano nutriva rancore nei confronti di Trotta a causa dell’omicidio del cognato. In quel periodo Raduano e Azzarone sapevano che Trotta frequentava un ragazzo di Manfredonia, che fu arrestato a Vieste con delle pistole (Tomaiuolo Tommaso). Questo ragazzo era appartenente al clan Li Bergolis; noi invece facevamo parte del clan contrapposto, ovvero Romito-Ricucci-Lombardi. La decisione di ammazzare Trotta fu presa da Raduano ed Azzarone i quali mi misero a conoscenza di ciò affidandomi il compito di assistere Bonsanto e Perdonò mentre erano nascosti a casa di Finaldi in attesa di eseguire l’omicidio… Alla riunione che fu fatta quando si decise di ammazzare Trotta ero presente e se non ricordo male era presente anche mio padre. Erano presenti anche Raduano, Azzarone, Bonsanto e Perdonò… Quando i killer sono arrivati a Vieste, un paio di giorni prima dell’omicidio, sono stati presi da Michele Murgo e da Marco Raduano”.

Omicidio Pecorelli

L’uccisione di Perna e l’euforia per la morte di Pecorelli

Informazioni anche sull’omicidio di Perna: “I mandanti – sempre stando alle parole di Della Malva – sono stati Raduano, Ricucci, La Torre, Lombardi e Notarangelo Franco. L’esecutore materiale Notarangelo Bartolomeo Pio“.

Infine, l’agguato mortale del 19 giugno 2018 a Gianmarco Pecorelli: “Evento in risposta all’omicidio di Fabbiano Antonio del 25 aprile 2018 – si legge in ordinanza -, cui ha partecipato Raduano, come appreso dal collaboratore di giustizia da un membro del commando”. Così Della Malva: “Ne vengo a conoscenza da Notarangelo Michele. La dinamica me l’ha raccontata anche Trimigno Christian. Notarangelo mi disse che si appostavano sulla strada di Mandrione perché sapevano che Gianmarco sarebbe andato li a rifornirsi di droga. Gli appostamenti venivano fatti da Notarangelo e da Azzarone. Raduano e Troiano erano in auto. Quando videro passare Trimigno Christian e Pecorelli a bordo del T-max li inseguirono. A sparare fu Troiano, mentre Raduano, nonostante le lesioni riportate per un precedente attentato (tentato omicidio del 21 marzo 2018) riusciva a guidare con l’ausilio di una manopola sul volante. Durante l’inseguimento iniziarono a sparare da dietro. Colpirono Pecorelli e poi speronarono lo scooter. Trimigno riuscì a scappare. Si accanirono su Pecorelli. A finirlo con una pietra fu Raduano Marco. Ricordo che usarono una macchina ‘pulita’. Giorni dopo la sua uscita dall’ospedale Trimigno fu avvicinato da qualcuno del gruppo, non ricordo se Antony o Raduano, che gli disse di tacere sull’accaduto; di ciò sono stato messo a conoscenza da Michele Notarangelo, il quale aveva saputo i particolari sull’omicidio subito dopo proprio da Raduano e da Troiano. Trimigno non mi ha mai riferito i nomi degli autori. Michele Notarangelo mi confidò che dopo l’omicidio Antony fu preso da euforia. Di questa vicenda, anche Raduano mi ha fatto cenno in una lettera”.

Rocco Moretti e il figlio Pasquale

Scambi di droga con i foggiani

Secondo gli inquirenti, “le propalazioni di Della Malva sul conto di Raduano trovano anzitutto riscontro nelle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Verderosa Carlo, già organico alla batteria Moretti della Società Foggiana che, nel verbale di interrogatorio del 9 gennaio 2020, autonomamente dichiara che Romito Mario Luciano aveva fatto incontrare Raduano Marco con Moretti Rocco, capo dell’omonima batteria mafiosa…”. Ecco le parole del pentito Verderosa: “Raduano Marco era in rapporti con Rocco Moretti, padre di Pasquale e capo del gruppo malavitoso. Si sono incontrati nei periodi prima della morte di Romito Mario, che fu l’artefice e l’organizzatore dell’incontro. So che Raduano Marco qualche volta si riforniva di sostanze stupefacente del tipo hashish da Anna Moretti, figlia di Rocco Moretti. In cambio Raduano forniva ad Anna la marijuana”.

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