Interdittiva antimafia all’imprenditore che picchiò la troupe Sky. Per la Prefettura di Foggia è vicino ai Li Bergolis

L’impresa manfredoniana “Manzella Salvatore” colpita dal provvedimento prefettizio. L’attività svolta all’ombra di una storica famiglia mafiosa garganica

Un Natale all’insegna delle interdittive antimafia della Prefettura di Foggia. Dopo il provvedimento nei confronti della “Foggia Service”, società controllata dal cassiere del clan Moretti-Pellegrino-Lanza, che si occupava della gestione dei bagni pubblici nel capoluogo dauno, ecco la stangata all’impresa manfredoniana di Salvatore Manzella, titolare dell’azienda omonima, ritenuta vicina ai montanari Li Bergolis.

Il caso di Manzella, 53enne imprenditore la cui azienda svolge attività di commercio all’ingrosso e al dettaglio di autovetture a Manfredonia, rientra tra gli accertamenti antimafia effettuati su persone che risultano poter determinare, in qualsiasi modo, le scelte o gli indirizzi dell’impresa. Infatti, il tentativo di infiltrazione mafiosa può essere desunto anche da concreti elementi da cui risulti che l’attività possa, anche in modo indiretto, agevolare il mondo del crimine o esserne in qualche modo condizionata.

I precedenti e l’aggressione alla troupe Sky

L’istruttoria procedimentale relativa all’azienda manfredoniana ha disvelato una personalità inquietante, sotto il profilo antimafia, del titolare dell’impresa e la contiguità compiacente dello stesso a contesti mafiosi. Salvatore Manzella detto ‘Sansone’ è inoltre gravato da vari precedenti penali e di polizia. Lunga la lista dei reati: droga, rapina ma, soprattutto, il coinvolgimento dell’uomo nella maxi operazione del 2004 “Iscaro-Saburo”, prima grande operazione contro la mafia garganica. Manzella era accusato di aver acquistato e detenuto cocaina in quantità imprecisata, presa a fini di spaccio in un contesto criminale in cui torreggiano i maggiori esponenti del clan Li Bergolis, egemone a Manfredonia e in tutta la zona garganica.

Rilevante anche l’operazione “Pitbull” del 2007, sempre per droga. Più di recente, Manzella è stato deferito per lesioni personali aggravate, insieme al figlio, a seguito di denuncia sporta dalla troupe Sky in merito ad un servizio giornalistico sulla mafia garganica. L’attenzione dei giornalisti era rivolta al processo a carico di Giovanni Caterino, condannato all’ergastolo per la strage di San Marco in Lamis. Il servizio giornalistico era interessato all’impresa ‘Manzella Antonio’ perché nel corso delle indagini relative al grave fatto di sangue, sono state intercettate dagli inquirenti molte conversazioni tra Caterino ed altre persone, localizzate proprio presso l’autorimessa di Manzella. L’uomo – come documentato da l’Immediato e dalla trasmissione Sky, canale TV8, “Mappe Criminali” – si scagliò letteralmente contro giornalisti e operatori, minacciati pesantemente con la frase “devo spararvi a tutti e tre”.

Il prefetto di Foggia, Carmine Esposito

Il fratello Giuseppe

Ma c’è di più, Salvatore Manzella è fratello di Giuseppe Manzella, 59 anni, anche lui detto ‘Sansone’, ritenuto elemento di spicco della mafia garganica. Ultimo dei latitanti scampati al blitz del 2004, nell’ambito dell’operazione di polizia ‘Iscaro-Saburo’, fu poi arrestato in Germania con l’accusa di tentato omicidio, detenzione e porto abusivo di armi, con l’aggravante di aver favorito l’associazione mafiosa a cui era affiliato.

La storia criminale di Giuseppe Manzella parte con l’affiliazione al gruppo criminale facente capo alla famiglia Mangini, operante a Manfredonia, protagonista in passato di un sanguinoso confronto armato con i rivali del gruppo dei Montanari, capeggiati dal clan Li Bergolis. La conferma di tale assunto è proprio negli atti dell’operazione ‘Iscaro-Saburo’ cui era stato coinvolto “per avere in concorso con Matteo Ferrandino e Matteo Mangini (entrambi assassinati), e con altre persone non identificate, agendo con premeditazione ed anche al fine di agevolare l’attività del sodalizio d’appartenenza, esploso alcuni colpi d’arma da fuoco all’indirizzo di Andrea Barbarino e Michele Santoro al fine di cagionare la morte di entrambi, non riuscendo nell’intento omicidiario per cause indipendenti dalla sua volontà e per avere, in concorso con Ferrandino e Mangini, detenuto e portato nella pubblica via un fucile calibro 12 di marca e tipo imprecisati”.

Il quadro indiziario

L’impresa è ritenuta inquietante sotto il profilo dell’ordine pubblico economico, in quanto svolta all’ombra di una storica famiglia mafiosa garganica che è penetrata in modo massiccio nel tessuto economico e sociale del territorio di elezione. Il Consiglio di Stato ha più volte affermato che è sufficiente un quadro indiziario tale da generare un ragionevole convincimento sulla sussistenza di un condizionamento mafioso per arrivare alla decisione di colpire un’azienda con provvedimenti di questo tipo.

Tale quadro può basarsi su una condanna non irrevocabile, l’irrogazione di misure cautelari, il coinvolgimento in un’indagine penale, collegamenti parentali, cointeressenze societarie e/o frequentazioni con malavitosi che nel loro insieme siano tali da fondare un giudizio di “probabilità cruciale” che l’attività d’impresa sia in grado, anche in maniera indiretta, di agevolare le attività criminali o esserne condizionata. Anche la sola consapevolezza dell’imprenditore di frequentare mafiosi e di porsi su una pericolosa linea di confine tra legalità e illegalità deve comportare la reazione dello Stato, proprio con l’esclusione dell’imprenditore dal conseguimento di utilità derivanti da contratti con la pubblica amministrazione.

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